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Storie di Donne

UNA STORIA VERA DI SACRIFICIO E DI CORAGGIO

Un caldo pomeriggio di marzo: la signora Assunta Ponsillo ha accettato di raccontarci la sua storia, una storia in cui gli eventi personali si intrecciano con episodi di  guerra  con il     dolore  e  il sacrificio  di tutto un popolo. La troviamo ad attenderci nel soggiorno della   sua bella casa. Nonostante gli ottantuno anni, si presenta ancora bella nell'aspetto, fiera nel portamento, le labbra ben truccate schiuse al sorriso in un volto  che  comunica   forza  e cordialità.  Ci   Invita  a   sederci   è contenta   di   poter   raccontare    a qualcuno che non siano i soliti familiari quel  pezzo  di  vita  di cui ricorda ogni particolare Appare visibilmente emozionata ma comincia subito.

La mia storia si può dire  iniziata il 26 Febbraio 1939, giorno in cui mi sono sposata. Fino ad allora  nella mia vita di ragazza di campagna, non ci sono stati momenti di rilievo. Ultima di undici figli, non ero certo circondata dagli agi e dalle attenzioni in cui vivono i ragazzi di oggi. I nostri genitori dovevano fare ì salti mortali per tirarci su, ognuno di noi appena grandicello, doveva dare il proprio contributo di lavoro in casa, eravamo però molto uniti. Ho frequentato la scuola Fino alla terza elementare, poi, nonostante fossi molto brava,mia madre non ha voluto che continuassi perché la quarta sarebbe stata una classe mista e, a quel tempi c'erano molti pregiudizi, si cercava di evitare il più possibile che le figlie femmine stessero a contatto con i coetanei dell'altro sesso, rischiando di acquistare cattiva fama in paese e di non trovare manto. li mio sogno era quello di diventare sarta, ma anche qui ho incontrato l'opposizione della famiglia: il motivo era sempre lo stesso, dovevo stare a casa.

Non mi sono data per vinta, ho continuato ad insistere finché ho ottenuto di frequentare come apprendista, ma solo per un mese, urla sarta nota per la sua bravura, donna Gilda, dalla quale ho imparato discretamente l'arte del cucito che subito ho iniziato a praticare. Qualche tempo dopo ho conosciuto Ferdinando Sgueglia , un giovanotto reduce dalla guerra del 1935 nell'Africa Orientale.

Dopo un breve corteggiamento Ferdinando mi ha chiesto di sposarlo e di andare a vivere con lui in Etiopia dove, finita la guerra, aveva aperto un salone da barbiere. Erano molti infatti gli italiani che, dopo la conquista da parte di Mussolini, avevano scelto dì vivere in Africa e che cercavano di raggiungere quella terra nella speranza di mettere fine alla propria miseria.

Dunque,un po' perché Ferdinando mi piaceva, un po' perché presa anch'io dal miraggio di una vita che mi appariva piena di attrattive, ho accettato e il 26 Febbraio del 1939, nella cattedrale di Caiazzo, mi sono sposata

Un mese dopo, mio marito è ripartito con l'intenzione di preparare al più presto documenti necessari alla mia partenza. L'atto di richiamo è arrivato alla fine dell'estate già mi preparavo a partire quando è scoppiata la guerra Germania ‑ Inghilterra e tutte le partenze sono state bloccate. Inutilmente mi sono fatta accompagnare più volte al porto pe: la prenotazione: le navi non partivano.

Finalmente nel settembre del 1939 sono riuscita a trovare posto su una nave clandestina e qualche giorno prima della festa di Piedigrotta, mi sono imbarcata a Napoli con la nave "ARNO". Genitori e familiari tutti mi avevano scongiurato di non avventurarmi in ul simile viaggio ma io, ferma nel proposito di raggiungere mio marito, al momento de distacco non ho versato neppure una lacrima.

Il viaggio è durato nove lunghissimi giorni, durante i quali spesso mi . assaliva la nostalgia dei miei cari, del mio paese e, a tratti, la paura dell'ignoto che mi aspettava, ma la fiducia di raggiungere la meta non mi è venuta mai meno.

Nei pressi del Canale di Suez, tutto l’equipaggio ha vissuto momenti di alta tensione in seguito alla ininaccia di un attacco aereo; ci hanno fatto indossare il salvagente, ma per fortuna  il pericolo è stato scampato.

Siamo  sbarcati a Massaua di sera e da qui con un treno abbiamo raggiunto ASMARA, dove siamo stati ospitati . in un albergo al Corso dei Re. Ho cercato di mettermi in comunicazione cori mio marito ma inutilmente perché tutte le linee erano interrotte a causa dei bombardamenti aerei. Ad Asinara ci siamo fermati due giorni dopo di che siamo stati trasferiti a Gondàr, la capitale dell'Etiopia. Il viaggio è durato tre giorni e tre notti; di sera, per evitare gli assalti dei ribelli ci fermavamo in alloggi precari da dove si ripartiva la mattina.

Ad ogni sosta cercavo di chiamare mio marito per avvertirlo del mio arrivo, dato che era completamente all'oscuro della mia partenza. Sono riuscita finalmente a rintracciarlo poche ore prima di arrivare a Gondàr dove l'ho trovato ad attendermi.

Siamo andati ad abitare insieme nella casa che lui aveva acquistato proprio di rimpetto a quella del Governatore italiano. E' cominciata così la mia vita in Africa. Qualche mese dopo, mi sono accorta di aspettare un bambino ma la gioia è durata poco, perché sette mesi più tardi Ferdinando è stato richiamato alle armi per lo scoppio della guerra dei 1940 ed lo sono rimasta sola. Per fortuna le mogli incinte degli ufficiali e dei soldati stavano motto a cuore ai gerarchi fascisti e, per evitarmi ogni rischio, due mesi prima dei parto mi hanno fatta ricoverare nell'ospedale di Gondàr insieme ad altre donne. In quel periodo ho fatto dì tutto per farmi voler bene: cucivo, preparavo golfini e camicine per donne in attesa come me e aiutavo suore ed inservienti nel loro lavoro. La notte in cui ho avuto le doglie, contrariamente a quanto mi aspettavo, non c’ era nessuno che mi assistesse. Suonavo ripetutamente il campanello, ma la porta rimaneva chiusa; finalmente è venuta una suora, ma non mi sono sentita più confortata. Mi ha detto: " Il tuo medico non può venire, non c'è, è andato ad assistere la figlia del Governatore che ha voluto partorire in casa, non sappiamo se arriverà, fatti forza se non vuoi rischiare di morire insieme a tuo figlio”

Ero terrorizzata, non sapevo che cosa fare, nessuno mi aveva mai dato alcuna informazione riguardo al parto, a casa mia queste cose erano tabù, dì esse non si parlava mai alla presenza dei figli. Mi sentivo perduta, stringevo tra le mani questa corona che ancora oggi porto sempre con me e invocavo col pensiero, perché le labbra non riuscivo a muoverle, Sant'Anna e mia madre. All'improvviso ho sentito la porta che si apriva di nuovo e la voce gentile di una donna che mi invitava ad avere coraggio, mentre con la mano mi accarezzava la testa. Era la moglie di un ufficiale che non ho mai dimenticato e che benedico continuamente. Aveva saputo del mio stato ed era accorsa a farmi compagnia. Con lei vicina il travaglio mi è sembrato più tollerabile. La sua mano amica mi ha dato la forza di sopportare il dolore fino al mattino, quando è arrivato il dottore Cecere, un medico di Caserta, Direttore dell'ospedale,che mi ha assistito durante il parto ed ha battezzato il bambino a cui ho dato il nome di Fabio.

Durante la permanenza in ospedale ho ricevuto la visita del Viceré di Addis Abeba che è rimasto ammirato di fronte alla bellezza di mio figlio e mi ha offerto un premio di 1.500 lire.

Ma in quel momento lo non pensavo affatto al denaro, mi sono gettata Piangendo al suoi piedi e l' ho implorato di far ritornare a casa mio marito. Due mesi dopo, inaspettatamente, Ferdinando è tornato per una licenza di 15 giorni ed ha potuto guardare per la prima volta suo figlio, poi è stato costretto a tornare al fronte a Cergà , in Somalia. Mentre era ancora a Gondàr abbiamo ricevuto l'ordine di sgombrare la città perché c'era pericolo di bombardamenti. Una notte è suonato all'improvviso l' allarme, sono balzata dal letto per correre al rifugio che si trovava poco lontano dalla difesa etiopica, ma, proprio mentre entravo nel rifugio, è esplosa una bomba a pochi metri da me. Per la paura sono caduta col bimbo, che non aveva ancora un mese, tra le braccia. Ho ancora nelle orecchie l'eco di quella esplosione, li sento ancora quegli aerei, la sera, quando vado a dormire; appena chiudo gli occhi mi sembra di udire il rombo minaccioso che si avvicina, di vedere la gente fuggire, cadere tra la polvere delle esplosioni e sento ancora le urla di dolore, rivivo la paura di perdere mio figlio. Sono cose che non riesco a raccontare, che non si possono dimenticare, sono un incubo che a volte mi fa svegliare di soprassalto nel cuore della notte. E' stato in seguito a questa paura che ho perso il latte, unico alimento di mio figlio. Fabio si è ammalato, perdendo peso giorno dopo giorno. Ero disperata, passavo le notti a vegliarlo e a pregare. Un giorno una compagna di campo, temendo che il bambino avesse contratto qualche malattia infettiva e potesse contagiare i suoi figli, mi ha gridato:

"Va' via, porta tuo figlio in ospedale ! Non vedi che muore?"

Mi sentivo sola, umiliata ed impotente ma ho risposto: "Se mio figlio deve morire, preferisco che muoia tra le mie braccia". E una mattina il medico, visitandolo, mi ha lasciato poche speranze: la vita di Fabio era legata ad un esile filo. Con la forza della disperazione sono corsa in farmacia implorando aiuto, cercando l'indirizzo di qualche pediatra capace di salvare il mio bambino. Mi è stato fornito il nome di un medico italiano, (erano tanti anche i medici stabilitisi in Etiopia) un certo dott. Mazzella di Napoli il quale, dopo aver visitato Fabio, mi ha assicurato che il bambino non aveva alcuna malattia, era solo denutrito, ma perché vivesse c'era bisogno di fermenti lattici che non si trovavano. Sono ritornata al campo in lacrime, più disperata di prima. A chi potevo rivolgermi?. Proprio quel giorno è venuta a farmi visita la moglie di un ufficiale alla quale avevo cucito dei vestiti; vedendomi in quello stato, mi ha chiesto se poteva fare qualcosa per me. Ho avuto un lampo  improvviso, certo che poteva aiutarmi! Facesse mettere una richiesta di aiuto per mio figlio sul  Corriere Eritreo. Non ero molto fiduciosa, ma avevo bisogno di aggrapparmi a qualsiasi speranza. La mattina successiva sono andata di corsa a comprare il giornale, l'ho sfogliato con mano tremante e con una gioia mista a sorpresa, ho  scorto l' inserzione  che riguardava mio  figlio. Immediatamente sono cominciate ad arrivare le medicine alla sede dei Corriere , ma, purtroppo mancavano le ricette. Sono tornata di nuovo dal dott. Mazzella Il quale, finalmente, mi ha garantito che, grazie a queste medicine, il bambino sarebbe guarito. Infatti ha iniziato subito a riprendersi e in breve è tornato a sorridere. Gli ho scattato tante foto in quel periodo, volevo cogliere ogni gesto, ogni cambiamento perché suo padre al ritorno potesse vederne tutti i progressi. Ma il destino aveva deciso diversamente, perché mio marito moriva durante un pattugliamento tra le montagne etiopiche, senza aver avuto la possibilità di riabbracciare quel figlio che aveva visto solo appena nato. Non ho saputo subito la dolorosa notizia ed ho continuato ad aspettarlo. Nel frattempo sono stata costretta a lasciare Gondàr e tutto ciò che avevo, la casa e la proprietà che mio manto era riuscito ad acquistare. Insieme ad altri profughi sono stata trasferita ad Asmara, dove siamo riimasti accampati nella scuola “Principe di Piemonte" in viale Mussolini. Qui la vita si è fatta dura; in seguito alle sanzioni economiche volute dagli Inglesi, non arrivavano più viveri ed inoltre, pur essendo stata dichiarata “città aperta” Asmara è stata bombardata. Per racimolare qualche lira, mentre il bambino dormiva, cucivo vestiti per le mogli degli ufficiali e messaggi per i prigionieri. I soldati per inviare notizie alle famiglie scrivevano i loro messaggi su un pezzo di mussola bianca, che io mi adoperavo a cucire all'interno della fodera dei pantaloni, affinché sfuggisse ai controlli. Dovevo far fronte alle spese, ma volevo anche tenermi impegnata per non pensare. Di tanto in tanto correvo ai posti di blocco cercando notizie di mio marito o ai campi di concentramento dove arrivavano colonne di camion carichi di prigionieri, ma niente…  nessuno lo aveva visto.

La mia vita scorreva monotona e triste nell'attesa mentre Fabio cresceva e diventava un bambino molto vivace. Spesso, quando dovevo uscire per le consegne, chiedevo a qualche amica di accompagnarmi; i principi della rigida educazione ricevuta non mi avevano abbandonata, era come sentirsi ancora controllata e avvertire la voce di mia madre che mi proibiva di uscire da sola. Una domenica dovendo consegnare un vestito, sono uscita con una arnica di campo, Artemisia Piscitelli, anch' essa italiana e originaria di Benevento. E’  stato quel giorno che davanti al palazzo del Governo abbiamo incontrato un Giovanotto, Amedeo Testa, vecchio amico di Artemisia e in Italia suo vicino di casa. Egli, all'arrivo degli Inglesi, aveva smesso la divisa, camuffandosi presso il Governo come internato civile. Artemisia me lo ha presentato ed lo ho notato che mi guardava con un certo interesse, ma non vi ho dato importanza. Ho saputo poi che, andando via, ha sussurrato all'orecchio della mia amica: “Come mi piace quella signora! Se non fosse già sposata me la sposerei!”.

Dal canto mio continuavo ad aspettare mio marito e a sperare nel suo ritorno, recandomi ancora ai posti di blocco per avere sue notizie; Amedeo, che era oramai diventato anche mio amico, ci accompagnava spesso con la sua vecchia macchina. Una mattina, essendosi sparsa la voce che al Forte Baldissera di Asmara dovevano arrivare gli ultimi prigionieri, siamo corse lì, ma niente, nessuna notizia. Abbiamo incontrato la Presidente della federazione fascista, una certa signora Casale che, guardandomi con espressione di rimprovero mi ha detto: " Che vai facendo in giro coi bambino piccolo? Perché non te ne vai a casa?”. Lei sapeva già della morte di mio marito, non ha trovato il coraggio di dirmelo. Quello stesso giorno, alle quattro del pomeriggio, è venuta una crocerossina che senza preamboli mi ha detto: "Ferdinando Sgueglia è morto”. La notizia mi ha colpito come uno schiaffo in pieno viso ed ho reagito in modo immediato, quasi animalesco, dando un calcio alla donna, poi sono caduta a terra priva di sensi. Mi sono ripresa la mattina successiva, intorno a me c'erano tante donne a condividere il mio dolore e ad esprimermi solidarietà. Niente mi appariva più come prima, ero sola con un bambino piccolo in un Paese straniero, senza l'attesa confortante che mi aveva sorretto fino al quel momento. Per fortuna c'erano Fabio ed Amedeo che mi stavano silenziosamente vicini. Un giorno, non avendone direttamente il coraggio, ha pregato Artemisia di dichiararmi il suo amore. La mia risposta è stata un secco no, anzi sono diventata addirittura diffidente. Che cosa volevano da me? Forse intendevano ricattarmi perché avevo contratto qualche debito con l'amica per tirare avanti mio figlio, era facile ingannare una donna sola che non aveva chi la difendesse. Ma Amedeo non ha insistito, ha solo continuato ad offrirmi la sua amicizia discreta. Trascorreva molte ore con il piccolo Fabio e la figlia di Artemisia, spesso portava i bambini in giro e faceva loro piccoli regali, conquistandone la simpatia.

Un giorno Artemisia, mi ha confidato che Amedeo era disposto a dare a Fabio il suo cognome. "Mio figlio ha avuto un padre ed ha già un cognome" le ho risposto in modo poco gentile. Tuttavia qualcosa cominciava a muoversi dentro di me. Fabio era la mia grande gioia ma aveva i suoi ritmi, i suoi bisogni ed lo avvertivo la stanchezza di dover pensare a tutto da sola. Avevo appena 23 anni! Mi sorprendevo talvolta a desiderare di uscire, a voler dimenticare la guerra, gli stenti, la paura ed ero contenta di poter fare qualche passeggiata con Artemisia ed Amedeo, ma  … di iniziare un'altra storia non ero capace. Ero perplessa, non riuscivo a pensare al futuro. Un giorno ricordandomi di un mio paesano, Mario Frangipane, che faceva il calzolaio ad Asmara, sono andata a trovarlo per confidarmi con lui e avere un consiglio sincero. Quando gli ho parlato di Amedeo la sua risposta è arrivata chiara e decisa: " Che aspetti a risposarti? Sei giovane ed hai un figlio, stai solo attenta che non sia già sposato, informati bene". Ma solo Artemisia conosceva tutta la verità e proprio lei, guardandomi seriamente, una sera mi ha detto: "Amedeo si è innamorato subito di te, la prima volta che ti ha visto. E' un caro ragazzo. lo conosco da quando sono nata, ha pure un fratello sacerdote che fa il cappellano militare. Sposalo!". Allora ho abbandonato ogni resistenza e gli ho detto sì. Il 14 febbraio del 1942 ci siamo sposati nella cattedrale.di Asmara.

Da questo momento sono uscita dal campo profughi e sono andata a vivere nella casa che mio marito aveva affittato. Sono rimasta incinta per la seconda volta, ma anche la fine di questa gravidanza è stata imprevedibile. Nella stessa casa in cui abitavamo noi c'erano anche la moglie e il figlio di un ufficiale che era stato fatto prigioniero. Un sabato, mentre la madre era fuori, il ragazzo, che poteva avere all'incirca otto anni, ha aperto una cassetta di munizioni che si trovava in casa ed ignaro si è messo a giocare. All'improvviso una bomba gli è scoppiata vicino portandogli via una mano; alle urla del bambino mi sono precipitata fuori ma, alla vista di tutto quel sangue mi sono sentita male e sono caduta. Fortunatamente sono rimasta illesa, però poco dopo sono cominciati i dolori e, prematuramente, ho dato alla luce Matilde la mia seconda figlia. Era l'agosto del 1942.

Con la nascita della bambina è aumentato il lavoro e per farmi aiutare ho preso in casa una ragazza negra di nome Lestè; questa non era cattiva ma si divertiva a farmi dispetti. Incoraggiata dalla politica propagandistica di Mussolini che aveva fatto credere di essere venuto a riscattare i diritti umani della gente etiope, mi guardava con disprezzo e non perdeva occasione di ripetermi che ora eravamo uguali, confondendo il principio giusto dell'uguaglianza con il mancato rispetto delle cose altrui e l'inosservanza di ogni regola igienica. A volte mi sfidava quasi, portandosi alle labbra,  magari ancora sporche di sugo o di altro, il bicchiere che poi avvicinava alle labbra dei bambini. Non ce l' ho fatta più a lottare con la paura di una eventuale malattia che potesse colpirli e l' ho mandata via. Qualche giorno dopo ero sola in casa quando ho sentito bussare alla porta, sono andata ad aprire e mi sono trovata di fronte un uomo alto e robusto che voleva sapere perché avessi mandato via Lestè. Ho cercato di giustificarmi dicendo che non ne avevo più bisogno, ma l'uomo non si decideva di andare via e mi scrutava in modo minaccioso; allora ho raccolto tutto il mio coraggio e, facendo finta di niente gli ho detto con un sorriso: " "Ma sì, hai ragione, tu volere sterline? ho capito, ecco, tieni" e gli ho consegnato i miei risparmi. Nel luglio del 1943, finita la guerra, il Governo inglese, subentrato a quello italiano, ha ordinato a donne e bambini di ritornare in patria ma, prima di partire dovevamo rimanere due mesi isolate in un campo di concentramento circondato da filo spinato e controllato dalle guardie. Mio marito veniva ogni giorno ma non poteva avvicinarsi e mi chiamava da lontano. Una volta ho escogitato uno stratagemma, ho lanciato fuori dal recinto prima Fabio, poi Matilde ed infine mi sono buttata io; se mi avessero scoperto, avrei detto che ero uscita per riprendere i bambini scappati in un attimo di distrazione attraverso il reticolo. Invece nessuno si è accorto di nulla e così abbiamo trascorso una giornata a casa tutti insieme, ritornando al campo la sera. Nell'agosto del 1943, dal porto di Asmara sono partite le prime due navi per l'Italia scortate dagli Inglesi, la Caio Duilio e la Giulio Cesare sulla quale sono salita io insieme ai bambini. Matilde aveva appena un anno. Era proibito portare con noi oggetti o denaro, ma ho giocato ancora una volta d'astuzia, dopo l'ultimo controllo, nel momento in cui mio marito mi salutava, assieme alla bambina mi ha allungato in un unico fagottino, un bel gruzzoletto.

Il viaggio è durato due mesi rilevandosi più lungo e pericoloso del previsto,‑ abbiamo fatto il giro di Gibilterra, a me ed un'altra signora hanno fatto gettare in mare la corona (meno male che ne avevo un'altra!). La nave inglese ci ha scortato fino a Malta poi, una volta entrata nelle acque italiane, dopo aver sparato tre colpi di cannoni è tornata_indietro. Durante il viaggio ho assistito ad un tentativo di furto ad opera di uno dei clandestini che si erano intrufolati nella nave‑ Nella cuccetta sopra la mia dormiva una signora tedesca, all'improvviso ho visto tiri uomo che cercava di impadronirsi della sua borsa, senza pensarci due volte ho gridato aiuto e l'uomo è scappato, ma, da quel momento, per tutto il viaggio ho avuto una terribile paura Siamo infine sbarcati a Taranto al porto vecchio e da qui, con un altro barcone siamo arrivati a riva. Da Taranto dovevo andare a Benevento dai suoceri come mi aveva raccomandato mio marito e sono salita su un vagone adibito al trasporto dei bestiame, viaggiando per tutta la notte. Arrivata nel pressi di Benevento la mattina dopo, mi sono resa conto che anche li c'erano stati dei bombardamenti e che la stazione era saltata. Come avrei fatto a raggiungere Beltiglia di Ceppaloni, il paese di mio marito? Mi sono guardata intorno, non c’era nessuno, che avvilimento! Poi ho udito il rumore di una macchina, l' ho fermata ed ho pregato l'autista di darmi un passaggio fino al paese. Mi ha lasciata davanti alla chiesa e non ha voluto nessuna ricompensa. Sulle scale della chiesa ho notato un signore che non conoscevo ne avevo mai visto neppure in fotografia, tuttavia ho avuto subito la sensazione che fosse mio suocero. Mi sono avvicinata ed anche a lui è bastato guardarmi per essere certo che fossi la moglie di suo figlio. Mi ha accompagnata a casa e mi ha presentato tutti i componenti della famiglia che, in effetti, sapevano già tutto di me, avendo fatto accurate indagini presso il Comune di Caiazzo, presso la Curia Vescovile e presso la caserma dei carabinieri oltre che andando a conoscere direttamente la mia famiglia presso la quale mio suocero e mio cognato si erano fermati una settimana.

Ho appreso che in Italia era da poco incominciata la guerra e che anche li c'era continuo rischio di bombardamenti. Avrei voluto correre al mio paese, rivedere i miei genitori, i miei fratelli, dire loro che ero tornata e che stavo bene, ma non c’erano mezzi di comunicazione e la linea ferroviaria era interrotta. Un giorno mentre camminavo per strada mi è sembrato di conoscere una signora di Caiazzo e ho chiesto a mio suocero di fermarsi; mi ha risposto che sicuramente mi ero sbagliata, che avevo preso una svista. Ho finto di crederci, poi, obbedendo ad un impulso più forte di me sono tornata indietro e l 'ho chiamata; avevo ragione, anche lei mi aveva riconosciuto subito ma nel dubbio non aveva osato fermarmi. Mi ha detto che il marito, Stefano Giannelli faceva il "collocatore" a Benevento e viaggiava tutti i giorni; in uno slancio di gioia l' ho abbracciata, potevo finalmente raggiungere Caiazzo! E invece i miei suoceri, adducendo come scusa i rischi della guerra, non mi hanno lasciato andare, ho potuto soltanto avvertire la mia famiglia che ero tornata e che stavo a Beltiglia. Una mattina, sfogliando il giornale ho letto la terribile notizia dell'eccidio di Monte Carmignano presso Caiazzo, dove, in un casolare erano state barbaramente uccise dal tedeschi ventidue persone. Colpita da un malore improvviso al pensiero dei miei cari, di cui non sapevo nulla, sono stata costretta a letto ma questa volta il destino mi teneva in serbo una bella sorpresa. Il pomeriggio di quello stesso giorno, con un calessino trainato da una giumenta, sono arrivati mio padre e mio cognato. Con loro sono tornata a Caiazzo, un viaggio per niente facile. per le strade dissestate e per il pericolo incontrato nell'attraversare il fiume Volturno. Dopo un mese durante il quale con una vecchia bicicletta mi sono recata da un ufficio all'altro per i documenti necessari a superare i posti di blocco, sono ritornata a Beltiglia, rimanendo a casa dei miei suoceri ancora per un anno. Non posso dire di essere stata trattata male per quei tempi ma neppure che mi piacesse vivere con loro. Avevo superato tante difficoltà, avevo rischiato la vita insieme ai miei figli in pericoli di mare e di terra, ma ero stata sempre libera di fare le mie scelte, giuste o sbagliate che fossero, libera di esprimere il mio pensiero. Ora dovevo accettare le scelte degli altri, dire sì alle cose che non condividevo, abituarmi a fare lavori che non avevo mai fatto, tra l'altro ho dovuto imparare a fare il pane. Tuttavia non ho cercato mai di contraddirli, sopportavo tutto con pazienza nella certezza che prima o poi sarei andava via. Nell'inverno del '44 la bambina si è ammalata e così mi sono trasferita a Caiazzo dove il clima era più mite. L'anno dopo, nel '45 è tornato mio marito e poiché anche a lui è piaciuto il mio paese, ha deciso di vendere la sua parte di proprietà e di venire a vivere a Caiazzo, dove abbiamo iniziato a costruire la casa nella quale ancora oggi vivo.

Concludendo il suo racconto la signora Assunta sorride. "Ogni tanto mi ritorna alla mente qualche episodio, la mia vita è stata un romanzo, rivedo tutto come in un film. Una sola cosa voglio dirvi ancora: bisogna avere fede, io ne ho avuta tanta, fede e pazienza,‑ la pazienza è una cosa importante, vorrei dirlo alle donne di oggi che non sanno aspettare. Bisogna che arrivi il momento giusto, ma nel frattempo non starsene a guardare facendo affidamento sugli altri; ognuno deve lottare personalmente per ottenere quello che vuole. E poi "Studiate!" ho ripetuto sempre ai miei figli, ai miei nipoti e spero, di poterlo ripetere ai miei pronipoti; l'istruzione è una cosa sacra, io tante volte ho dovuto tacere per evitare di esprimermi male, ho imparato però ad ascoltare e a far funzionare il mio cervello. Vi ringrazio di avermi dato la possibilità di raccontare queste cose". Vorremmo fermarci ancora per conoscere altri particolari, ma si è fatto tardi. La signora Assunta ci accompagna al cancello; dalle splendide aiuole del giardino che lei stessa continua a curare e si leva il profumo intenso delle fresie, mentre lungo il viale c'è una nidiata di bambini che si rincorrono felici. Sono i suoi pronipoti. Abitano tutti lì, intorno al nucleo originario che è la sua casa e quasi saldati con essa sono sorti via via gli appartamenti dei due figli Fabio e Matilde prima e poi dei suoi nipoti, in un digradarsi di scale, vialetti, accessi principali e secondari. Una vera e propria reggia in cui vivono quattro generazioni, le cui fondamenta sono state gettate dal coraggio e dall'intraprendenza di questa donna che, sfidando il destino in un periodo in cui alle donne era riservata soltanto la calza, ha costruito la propria fortuna.

  Prof.ssa Rita De Matteo

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